HOTEL ROYAL

PAESTUM

Quando la sala diventa galleria: ristorazione e arte sempre più vicine

Il confine tra sala da pranzo e spazio espositivo si è fatto sottile. Non si tratta di un’affinità nuova, la relazione tra cucina e arte accompagna la storia della ristorazione da sempre, ma negli ultimi anni quella relazione ha preso una forma più esplicita e strutturata: mostre temporanee dentro i ristoranti, oggetti di design che entrano stabilmente nell’arredo, piatti concepiti come traduzione gastronomica di un’opera.

La sala come spazio espositivo temporaneo

Un segnale chiaro arriva dalle grandi fiere d’arte contemporanea, che negli ultimi anni hanno iniziato a portare le opere fuori dai padiglioni. In occasione di Miart a Milano, l’associazione Ambasciatori del Gusto ha collaborato con la fiera per esporre, per la durata dell’evento e in coincidenza con la Design Week, alcune opere della Fondazione Fiera Milano in dieci ristoranti della città, ciascuno abbinato a un piatto pensato per dialogare con l’opera ospitata. La mostra si sposta così dal white cube alla sala, con un pubblico che la incontra tra una portata e l’altra.

Un percorso simile ha attraversato il progetto pArt, che ha coinvolto ristoranti a Milano, Firenze e Roma legando cene a tema a iniziative di restauro del patrimonio artistico italiano: il menu diventa in questo caso anche strumento di sostegno concreto alla conservazione delle opere.

Il ristorante come collezione permanente

Accanto alle iniziative temporanee, cresce il numero di locali che scelgono di ospitare stabilmente collezioni d’arte e design. Dina, il ristorante-museo di Alberto Gipponi a Gussago, nasce dalla collaborazione con il gallerista Massimo Minini: le pareti accolgono opere di Francesca Woodman, Ariel Schlesinger, Nedko Solakov, accanto a pezzi della collezione personale dello chef. Il design entra nello stesso spazio con naturalezza: la lampada Parentesi di Achille Castiglioni e Pio Manzù, le Bon Jour di Philippe Starck, e una linea di posate Ergonomica firmata da Angelo Mangiarotti, presente in un solo ristorante italiano.

Anche l’Osteria Francescana di Massimo Bottura ha rafforzato negli anni la propria dimensione museale, con un restyling degli spazi realizzato insieme al lighting designer Davide Groppi e opere di Maurizio Cattelan, Gavin Turk, Grazia Toderi integrate nell’allestimento della sala. La distinzione tra luogo di ristorazione e contenitore d’arte contemporanea, in questi casi, smette di essere netta.

Il piatto come traduzione di un’opera

Il punto di incontro più diretto tra le due discipline resta però il piatto stesso, concepito come lettura gastronomica di un’opera visiva. Gualtiero Marchesi ha costruito parte della propria cucina su questo principio, con creazioni ispirate direttamente ad artisti che aveva conosciuto o frequentato: la coda di rospo in nero di seppia e salsa di pomodoro, pensata come omaggio a Lucio Fontana, ne è un esempio ricorrente.

Più recente, il progetto Unconventional Food For Art dello chef Paolo Griffa, sviluppato in collaborazione con la maison Ruinart, ha tradotto in un intero menu la serie di opere realizzate dall’artista britannico David Shrigley durante una residenza artistica: ogni portata seguiva la logica visiva e concettuale del lavoro originale, fino a un elemento in gesso da rompere prima di accedere alla pietanza, gesto che replicava fisicamente l’atto di disvelamento tipico di una performance.

Una tendenza con radici lunghe, oggi più visibile

L’incontro tra tavola e arte ha una storia che precede questi esempi. La Colombe d’Or a Saint-Paul de Vence conserva opere di Picasso, Matisse e Modigliani lasciate dagli artisti che frequentavano il locale; il Kronenhalle di Zurigo espone dipinti di Kandinsky e Klee accanto a tavoli di Alberto Giacometti; il Four Seasons di New York è passato alla storia anche per l’opera di Rothko che non arrivò mai alle sue pareti, restituita dall’artista stesso e oggi conservata alla Tate Modern.

Quello che cambia negli ultimi anni è la sistematicità del fenomeno: non più episodi isolati legati al gusto personale di un proprietario o alla generosità di un artista di passaggio, ma progetti strutturati, calendarizzati, spesso costruiti in partnership tra istituzioni culturali, gallerie e realtà della ristorazione, con l’oggetto di design che affianca l’opera pittorica come parte integrante dello stesso racconto.

Il design come terzo elemento

Se la mostra temporanea porta l’arte nella sala e il piatto la traduce nel linguaggio della cucina, l’oggetto di design compie il passaggio più discreto e duraturo: entra nell’uso quotidiano, nella posata, nella seduta, nella luce, restando presente ben oltre la durata di un’esposizione o di un menu stagionale. È in questo spazio intermedio, tra la temporaneità della mostra e la permanenza dell’arredo, che la ristorazione contemporanea sta costruendo un nuovo modo di abitare la bellezza, senza doverla separare dal gesto di sedersi a tavola.